DOPO I DUE FLOP

Dialogo avviato tra Ordine e associazioni sindacali per le specializzazioni

di Valeria Uva

default onloading pic
Massimo Miani. Il presidente del Cndcec è al lavoro con i sindacati per una nuova proposta sulle specializzazioni

2′ di lettura

Dopo gli avvocati, anche per i commercialisti potrebbe arrivare il riconoscimento ufficiale delle specializzazioni: nonostante due tentativi falliti (l’ultimo nel 2017 con un emendamento prima inserito e poi eliminato nella legge di bilancio), potrebbe chiudersi proprio quest’anno l’acceso dibattito sulla suddivisione dell’Albo in settori di specializzazione.

«Stiamo lavorando a una proposta con le associazioni sindacali finora più critiche verso il progetto», annuncia il presidente del Consiglio nazionale, Massimo Miani . «Vogliamo arrivare a un testo condiviso da presentare agli Stati generali del 20 febbraio».

Il dialogo interno alla categoria, quindi, è ripartito dopo il brusco stop di oltre due anni fa in cui le associazioni sindacali non avevano affatto apprezzato l’idea di introdurre le specializzazioni. «Il cambiamento non è mai facile da affrontare – prosegue Miani – ma ormai è il mercato a chiedere con sempre maggiore forza competenze approfondite di settore».

Di fatto nuovi Albi ed elenchi speciali spuntano qui e là, al di fuori del perimetro dell’Ordine. Basti pensare al nuovo Albo dei curatori fallimentari (aperto anche a commercialisti e consulenti del lavoro, previsto dal Codice della crisi di impresa) o al registro dei revisori legali. Ecco perché il Consiglio nazionale prova a riannodare i fili.Lo schema è mutuato proprio dall’esperienza degli avvocati: doppio binario di accesso al titolo di specialista, attraverso le scuole di alta formazione o la comprovata esperienza.

Peraltro quella delle scuole è un’esperienza già avviata. In attesa che arrivi il “bollino” di legge, sono oggi 14 i corsi avviati nelle macroaree dagli Ordini locali in stretta collaborazione con le Università. Realtà che hanno già “diplomato” 5mila commercialisti dopo oltre 200 ore di lezione a biennio. «Sono colleghi che hanno fatto un investimento sulla propria carriera – puntualizza il presidente – comunque a costi calmierati visto che le scuole non hanno fine di lucro».



News source: http://www.ilsole24ore.com/ Vai all’articolo originale