Pubblicazione ItaliaOggi del 4 Dicembre 2018

E-Fattura, più tempo ma restano i dubbi

Chi era in ansia per la fatturazione elettronica si rassereni. Riepiloghiamo: per buona parte del 2019, di certo fino al 30 giugno (ma già si prefigura una proroga al 30 settembre), i ritardi nell’emissione delle fatture che non incidono sulla liquidazione dell’Iva non saranno sanzionati, grazie all’articolo 10 del decreto legge 119/2018. Poi, se il ritardo fa rientrare la fattura nella liquidazione del periodo successivo (mese o trimestre) «godrà» della riduzione dell’80% delle sanzioni. Inoltre, la stessa norma, all’articolo 11 prevede dieci giorni di tempo dalla data di effettuazione delle operazioni per emettere le fatture in via definitiva e generale a partire dal 1° luglio 2019. Tutto risolto allora? Neanche per idea. Anzi, il quadro normativo resta scollegato dalla realtà fattuale che vorrebbe regolare. Infatti, le nuove norme non solo non risolvono con razionalità le situazioni che vedono sorgere l’obbligo di fatturazione quando gli uffici amministrativi sono chiusi (l’acquisto alle ore 23.00 dell’ultimo giorno del periodo di liquidazione dell’Iva di un software consegnato in tempo reale vedrebbe comunque sorgere l’obbligo di emettere e trasmettere la fattura entro le 24 dello stesso giorno), ma in più getta il cliente nel dilemma dell’emissione o meno dell’autofattura, il cui termine di quattro mesi è ben più stretto dell’agevolazione del primo semestre 2019. Comunque, si è ben lontani da una gestione normativa coerente di un adempimento, la fatturazione, che, nato cartaceo e senza grandi vincoli di trasmissione, nella versione elettronica mal applicata diviene un assurdo ulteriore giogo sulle spalle delle partite Iva. In periodo natalizio come non pensare che fra il Santo Natale 2019 ed il capodanno 2020, in base alla normativa vigente, nessun reparto amministrativo o piccola partita Iva potrà nemmeno pensare alle meritate ferie invernali bensì restare vigili e connessi allo Sdi (in Sistema di interscambio delle fatture elettroniche)? Una soluzione per colmare le deficienze maggiori della normativa in realtà, in fondo al tunnel, si vedrebbe: lasciare permanente e generale la facoltà di fatturare liberamente all’interno del periodo di liquidazione dell’imposta con la possibilità di sforare di dieci giorni (entrando nel periodo successivo) per le operazioni verificatesi nell’ultima decade, sempre del periodo di liquidazione dell’imposta, in modo che, ad esempio, l’incasso di un professionista del 21 dicembre possa essere fatturato, o almeno trasmesso, entro il 10 gennaio dell’anno successivo.

Nicola Mavellia

L’auto elettrica è il futuro, ma non convince i clienti

Il settore automobilistico ha ufficialmente intrapreso la via del futuro, ovvero il mondo delle auto elettriche. Volkswagen ha annunciato una linea produttiva di 330 mila veicoli elettrici annui, in Italia la Fca ha optato per un restyling della 500 puntando sull’elettrico, che verrà prodotta a Mirafiori, mentre la Toyota continua a lanciare nuovi modelli. La E-Car è il futuro, ormai è chiaro, ma perché fatica a convincere i consumatori? I motivi sono diversi, i problemi che persistono sono ovviamente i prezzi non modici oltre a auto con design non accattivanti, ma alcune ricerche dimostrano che tra le principali ragioni ci siano disinformazione e difficoltà nel capire i concetti chiave dell’uso di una E-Car. Proviamo a rendere meno strano questo caso; innanzitutto l’auto elettrica equivale a un elettrodomestico perché è possibile ricaricarla con una stazione di ricarica nel proprio box, chiamata Home Charger o Wall Box acquistabile anche on-line a circa 660 euro oltre alle colonnine di ricarica in giro per le città. Con un «pieno» di ricarica si possono percorrere 250 km con una Nissan Leaf, 380 km con una Renault Zoe e ben più straordinario è il costo/km di circa €0,04, le E-Car con prezzi accessibili possono superare i 130 Km/h, le case automobilistiche promettono miglioramenti nel breve termine. È molto importante anche il fattore garanzia, infatti le batterie agli ioni di litio hanno una garanzia media di 8 anni abbinata a un chilometraggio di circa 250 mila km mentre le batterie al Nichel, utilizzate ad esempio sulla Prius, sono garantite per 5 anni o 100 mila km. Guidare una E-Car diventerà sempre più divertente ed utile per l’ambiente, che siano i nuovi incentivi promessi a renderle ancora più appetibili?

Leonardo Pace

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Pubblicazione ItaliaOggi del 20 Novembre 2018

Rivoluzione leasing dagli Ifrs 16

Con il nuovo Ifrs 16 dopo tre decenni cambiano le regole di contabilizzazione in bilancio dei beni acquisiti in leasing per le società Ias/Ifrs adopters: il leasing viene contabilizzato come se fosse una vendita quando il contratto prevede il trasferimento dei benefici e dei rischi relativi alla proprietà del bene dal locatore al locatario. Cessa, infatti, la distinzione fra leasing operativo e leasing finanziario mentre viene introdotto il concetto di «diritto di utilizzazione» (right of use) che si concretizza quando si dispone del controllo di un bene distintamente identificato, cosicché potrà essere contabilizzato e fare il suo ingresso nell’attivo patrimoniale. L’effetto potrà essere esplosivo: guardando solo alle società quotate che utilizzano gli standard Ifrs o Us Gaap i valori in emersione nei bilanci potrebbero ammontare a più di centinaia di miliardi di dollari e comportare sensibili variazioni nella valorizzazio
ne delle aziende (e nei portafogli dei loro azionisti). La portata dell’innovazione è dovuta alla vastità di contratti interessati: a) leasing per l’esplorazione o per l’estrazione di minerali, petrolio, gas naturali e risorse non rigenerative simili; b) leasing di attività biologiche rientranti nell’ambito di applicazione dello Ias 41 Agricoltura detenuti dal locatario; c) accordi per servizi in concessione (che rientrano nell’ambito di applicazione dell’Ifric 12 Accordi per servizi in concessione quindi anche per le concessioni dal settore pubblico a privati); d) licenze di proprietà intellettuale e, infine, e) diritti detenuti dal locatario in forza di accordi di licenze. Certo, in bilancio dovranno essere rilevati anche i debiti residui verso le società di leasing per i contratti in essere, ma i benefici per la patrimonializzazione delle società restano rilevanti, nella speranza che non vi siano abusi.

Nicola Mavellia

Quali sono i segreti dell’App Economy

«I bisogni si suddividono in fondamentali e superiori ritenendo questi ultimi psicologici e spirituali», affermava lo psicologo statunitense Abraham Maslow. La tesi si può applicare ancora oggi, ma bisogna analizzare con più chiarezza quali siano i bisogni dei clienti. La domanda si è spostata verso la linea digitale, tecnologica. Ogni persona, al giorno, utilizza in media nove applicazioni del proprio smartphone. Tra tutte queste App, poche derivano da un prodotto fisico bensì da un’idea, un servizio astratto. Che sia questa la prossima frontiera del business? Ovviamente l’App Economy riduce i costi di produzione, costi di acquisto in beni materiali per sostituirli con costi di programmazione. I ricavi derivano da abbonamenti al servizio, ma soprattutto dalla pubblicità visibile dagli utenti durante la navigazione. Per avere successo il creatore di un’App deve innanzitutto decidere se muoversi da « Mover», immettere una novità nel panorama delle App, qualcosa che non si è mai visto prima, oppure migliorare il servizio offerto da altre App dando un tocco personale che lo contraddistingue. La scelta del simbolo di un’App è essenziale, poiché rappresenta l’essenza della stessa. Gli esperti del settore affermano che il simbolo dell’App è analoga al brand per un’azienda. I margini di profitto sono in continua evoluzione nel settore dell’App Economy, gli imprenditori 2.0 sono già sulla linea di partenza.

Leonardo Pace

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Pubblicazione ItaliaOggi del 25 Ottobre 2018

Protagonisti del cambiamento

Necessaria una riforma del lavoro per avere tutele certe

Valorizzare le competenze del commercialista nell’area lavoro per la realizzazione di una riforma strutturale volta alla creazione di un sistema certo di tutele. È questo il tema al centro del 1° convegno nazionale dell’Associazione nazionale commercialisti area lavoro, che si aprirà oggi a Bari, dal titolo «Il ruolo del commercialista nel mercato del lavoro del terzo millennio». Un evento organizzato dal sindacato unico specialistico dei commercialisti giuslavoristi, con il patrocinio dell’Odcec di Bari e condiviso da 30 ordini territoriali. «La necessità istituzionale di sposare e ospitare una tale iniziativa, meritevole e qualificata», ha spiegato il presidente dell’ordine, Elbano De Nuccio, «nasce dalla consapevolezza che la materia del lavoro rientra da sempre tra le competenze del commercialista, che assiste professionalmente le imprese nella ricerca di soluzioni organizzative e gestionali efficaci ed efficienti. I colleghi che si occupano della materia, in base ai dati Inail sono 29.743.
Considerato il loro percorso di studi», ha proseguito, «appare evidente che la linea di demarcazione consiste proprio in una vision privilegiata: ossia nella capacità e nell’attitudine del Commercialista a studiare la materia avendo ben chiari gli obiettivi di una efficiente gestione aziendale alla quale concorrono le politiche di bilancio, l’organizzazione ed il welfare. Purtroppo sempre troppo spesso», ha proseguito De Nuccio, «sento dire che il commercialista è una figura destinata a morire. Io credo, invece, che il commercialista
debba diventare protagonista del proprio cambiamento, partendo dalla valorizzazione delle proprie competenze. Globalizzazione, digitalizzazione, mutamento delle regole di funzionamento del mercato e delle imprese devono spingerci verso le specializzazioni. E l’Area Lavoro è una di quelle che ci appartiene. È nostro compito, quindi, prestare la massima considerazione a tale materia e, soprattutto, il massimo impegno a collaborare sinergicamente e costruttivamente con tutti gli attori del settore, per dare risposte concrete, tempe
stive e certe ai commercialisti giuslavoristi. Il cambiamento è in atto e la coscienza che ci sia è sicuramente il primo passo per affrontarlo». Una tesi condivisa anche da Gian Piero Gogliettino, segretario generale Ancal. «I riverberi nel diritto del lavoro della gig economy, fondata sull’infrastruttura logica del world wide web, sono indubbiamente un aspetto di grande e particolare attualità. A cambiare sono sicuramente le peculiarità degli attori tradizionali del rapporto di lavoro», ha precisato Gogliettino, «in ragione di una loro significativa destrutturazione, soprattutto dal lato della domanda, allorché si palesano figure per niente convenzionali, quali sono la piattaforma digitale e l’app. Diventa così di non facile soluzione la questione centrale della definizione dello status giuridico del peculiare prestatore di lavoro, soprattutto riguardo al sistema di garanzie che di riflesso si vanno a determinare. Tuttavia», ha precisato il segretario Ancal, «sono indubbiamente da condividere i recenti orientamenti giurisprudenziali sviluppatisi sino ad oggi nella materia, sia sovranazionali che domestici, di esclusione categorica della prestazione lavorativa dall’area della subordinazione, pur trattandosi di decisioni di primo grado, ma certamente interessanti nella misura in cui evidenziano la carenza degli indici sintomatici della eterodirezione, di matrice giurisprudenziale di legittimità. Resta, però, certamente la necessità di affrontare la questione su un piano eminentemente ordinamentale, laddove in altri Paesi è già operativa una legge sulle piattaforme digitali. Sul punto anche Ancal, in ragione della propria esperienza e del proprio patrimonio di conoscenze e competenze, indica la soluzione», ha concluso Gogliettino, «elaborare il prima possibile una riforma strutturale che sappia porre l’accento, più che
sulla qualificazione del rapporto di lavoro, indubbiamente necessaria ma non strategica alle criticità immanenti al lavoro on demand, sulla definizione di un sistema inderogabile di tutele trasversali, c.d. a geometria variabile, e dunque di un modello protezionistico universale». A sottolineare l’importanza del ruolo dei professionisti, anche il presidente dell’Istituto nazionale di ragioneria, Nicola Mavellia. «Il mercato del lavoro in Italia ha ancora grandi passi da compiere e la presenza dei commercialisti giuslavoristi è indispensabile perché vi sia questo progresso». Molteplici, infatti, sono gli ambiti in cui è fondamentale l’evoluzione. «Si prenda la Costituzione, in primo luogo, che dovrebbe illuminare l’operato di tutti gli attori del settore e invece è disattesa da sempre. In ossequio all’art. 39 della nostra Carta costituzionale, organizzazioni datoriali e sindacali dovrebbero richiedere la personalità giuridica con tutti gli obblighi civilistici e amministrativi che ne conseguirebbero, ma anche con grande impulso all’efficienza e soprattutto alla trasparenza». Un quadro dove, però, non mancano margini di miglioramento, soprattutto nell’adozione dei singoli contratti. «Oggi il mercato del lavoro soffre di grandi inerzie e opacità. In analogia con quanto sperimentato in ambito assicurativo, nell’incontro fra datore e prestatore di lavoro dovrebbe essere data la possibilità di valutare, ciascuno con le proprie prerogative, le peculiarità dei diversi contratti collettivi con grande attenzione ai diversi istituti contrattuali e la possibilità, spesso non ben esplicitata, di poter scegliere gli istituti più idonei anche fra contratti diversi. In tale contesto», ha precisato Mavellia, «non è solo il mero adempimento delle procedure, seppur complesse, di assunzione, malattia, carriera, dimissioni ad essere centrale ma anche la corretta analisi dello scenario in cui si muovono azienda, lavoratore e mercato, ambiti dove il commercialista gode di un punto di osservazione privilegiato. Da ultimo», ha concluso il presidente Inr, «non guasterebbe la promozione di corsi di aggiornamento pratici incentrati specificatamente sulle modalità operative di adozione dei diversi istituti perché si è rilevato, in più occasioni, che la routine del data entry determina compilazioni difformi rispetto alla volontà delle parti».

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Pubblicazione Italia Oggi del 15 Ottobre 2018

I Paradossi della fatturazione elettrica

Quello che più sorprende nell’applicazione della fatturazione elettronica è l’assenza di un vero coordinamento normativo tra le nuove procedure telematiche ed una disciplina nata e pensata per un sistema economico basato su adempimenti cartacei. Infatti la disciplina della fatturazione elettronica non ha in alcun modo derogato i termini ordinari di emissione dei documenti: la fattura deve essere emessa e, quando in formato elettronico, trasmessa, entro le ore 24 del giorno dell’effettuazione dell’operazione ai fini Iva. E non allevia l’adempimento la fatturazione differita (ex art. 21, comma 4, lett. a), DPR n. 633/1972) in quanto applicabile per lo più alle sole transazioni ripetute nel mese supportate da idonea documentazione. La realtà però e ben diversa. I professionisti, ad esempio, sono usi emettere delle note proforma che i clienti, molto spesso, pagano con la tempistica che più li aggrada oppure che è consentita dallo stato delle proprie finanze. Ora, il professionista apprende dell’incasso solo quando appare sul proprio conto corrente e come potrà regolare entro le ore 24 l’incasso di un venerdì se ne ha notizia solo il lunedì successivo? Come potrà adempiere in
una settimana in cui sciaguratamente è in ferie o, malauguratamente, ricoverato? Situazioni paradossali che possono trovare mille esempi anche nel mondo dei grandi mercati all’ingrosso serali e notturni ma che trovano, per assurdo, casi eclatanti negli attuali strumenti di vendita online. Infatti grazie a servizi come Paypal e simili acquistare e pagare sui siti web di commercio elettronico è divenuto semplicissimo e molto veloce. Non allo stesso modo è comodo inserire i dati di fatturazione nei campi preposti. Ogni sito ha una sua logica di caricamento dati, non sempre di immediata intuizione, quindi inesattezze e confusioni possono essere frequenti. Però lo Sdi, ovvero il sistema di interscambio delle fatture elettronica, non ammette imperfezioni quindi, anche dove il sito fosse in grado di emettere e trasmettere una fattura in tempo reale non è detto che questa vada a buon fine, ottenendo il paradosso che proprio il commercio elettronico non sia in grado di adempiere all’attuale normativa sulla fatturazione elettronica.

Nicola Mavellia

Mai stato così semplice rubare i dati come oggi

Viviamo nell’era del Gdpr (General data protection regulation), nei giorni in cui la privacy è ormai diventata un diritto umano, eppure c’è qualcosa di contorto: tutti sanno cosa ha mangiato a pranzo il vicino, quante sigarette fuma un parente e quale sia il libro preferito del compagno delle superiori. Non lo sappiamo solamente noi, lo possono apprendere facilmente tutte le aziende, sia che siano multinazionali che piccole realtà. Il modo per apprendere queste informazioni è semplicissimo, basta un semplice click, o meglio un “touch” sullo schermo. Tra le nuove offerte di lavoro figurano proprio degli addetti social, spesso non sono incaricati alla cura del profilo aziendale, ma anche, e soprattutto, all’analisi dei dati e la scoperta di nuovi clienti attraverso i “like” su Instagram o Facebook. Dei veri e propri Social-cacciatori, che per mezzo delle loro ricerche riescono ad attirare le loro prede e ad attrarli verso l’acquisto del prodotto. Come? Sponsorizzando la pagina e filtrando proprio verso gli utenti che rientrano in certi standard (selezionati attraverso i “mi piace”), iniziando a seguire utenti che manifestano curiosità verso alcuni brand e personaggi famosi e soprattutto basandosi su alcuni database creati ad Hoc; attraverso un semplice “like” ad un post della vostra squadra del cuore, un rivenditore di gadget del club può attirare verso l’acquisto di un suo prodotto. Il reale problema è proprio alla base, le aziende che acquisiscono le nostre informazioni.

Leonardo Pace

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Pubblicazione ItaliaOggi del 2 Ottobre 2018

Il boom di Wechat Pay nella Chinatown di Milano

Quando è entrata in funzione in Italia WeChat Pay, la piattaforma di messaggistica di proprietà della cinese, migliaia di residenti e turisti cinesi hanno dirottato sulla piattaforma controllata dal colosso di Pechino la gran parte delle transazioni commerciali e finanziarie che fino al gennaio scorso passavano o attraverso le banche italiane o le società di money transfer. Per WeChat Pay transitano annualmente un trilione di dollari di transazioni e per l’azienda l’Europa si sta rivelando un mercato estremamente redditizio, soprattutto nei paesi che ospitano importanti comunità di espatriati dalla Cina. Milano, in questo contesto, è una delle metropoli più rappresentative: non a caso, proprio il capoluogo lombardo è stato scelto da Tencent come quartier generale del gruppo in Italia. La forza di WeChat Pay è soprattutto il prezzo; poiché pagare con WeChat non presenta commis