Il picco della pandemia da Covid19 non è ancora passato, siamo nel cuore della guerra a questo virus e, come in tutte le guerre, si affronta la battaglia con l’esercito che si ha, non con quel che si vorrebbe.
Il debito che abbiamo nei confronti delle decine di migliaia di morti che stiamo lasciando sul terreno di questo scontro, ci impone, però, di non abbandonarci alle sole preghiere, per chi crede, alla meditazione, per chi vi trovi giovamento, e tanto meno agli strumenti di distrazione di massa, ormai innumerevoli, ma di guardare oltre lo scenario drammatico che abbiamo difronte e la desolante prova di gran parte delle nostre istituzioni.
È vero, come paese abbiamo dato prova di saperci risollevare con più grinta di prima dopo ogni flagello, ma questo non è un esito scontato. Il lieto fine, se mai potrà essere considerato tale, sarà il frutto di una capacità di abnegazione e sacrificio che oggi possiamo solo vagamente immaginare. La grande crisi finanziaria del 2008, purtroppo, non ci ha insegnato nulla, ma era poca cosa rispetto a quello che dovremo affrontare oggi.
Qualsiasi sacrificio dei singoli sarà vano, però, se non saremo in grado di darci nuove regole e nuovi meccanismi di governo, capaci di superare quello che viene additato come malcostume nazionale per non ammettere che si tratta di una semplice cattiva organizzazione dello Stato.
L’attuale repubblica è stata uno strumento formidabile nel permetterci di superare il secondo dopoguerra, la guerra civile, l’abbandono della monarchia, la contrapposizione ideologica anche violenta, il fronteggiarsi dell’alleanza occidentale con quella sovietica. Abbiamo attraversato periodi in cui il mantenimento di simboli e ritualità del potere erano più importanti dell’economia di gestione del potere stesso, in cui la mediazione era più importante della capacita d’azione, in cui la frammentazione del potere decisionale in una pluralità di enti, spesso collegiali, aiutava a stemperare il contrasto fra visioni del mondo diametralmente opposte. Tutto questo ha però portato ad un apparato statale, nel suo complesso gravemente inefficiente, indecorosamente costoso ma, soprattutto, drammaticamente incapace di affrontare le sfide della quotidianità contemporanea: supportare la crescita economica, cioè del benessere collettivo del paese, che vediamo costantemente frenata ed ostacolata; sviluppare una politica economica attiva di lungo periodo, oggi del tutto assente; ricostruire le aree del paese colpite da terremoti e dalle altre grandi calamità, da anni abbandonate a se stesse; il contrasto sia alle grandi organizzazioni malavitose sia alla microcriminalità, in completo stallo. Ora i tempi sono radicalmente diversi e continuare ad accanirsi nel perpetrare meccanismi del tutto nefasti per la popolazione è un’offesa inaccettabile alle vittime oggi causate dalla pandemia, domani causate dalla crisi economica.
I comparti statali da riorganizzare sono talmente tanti da non poter trovare soluzione in un ulteriore affastellamento di piccole riforme. Occorre una presa di coscienza civile che ci spinga ad approntare, con la massima urgenza, una nuova repubblica, più semplice, più diretta, meno ideologica ma più consapevole delle dinamiche economiche, più capace di capire ed interpretare il proprio ruolo nello scacchiere internazionale. Serve, in definitiva, una pacifica rivoluzione repubblicana che, come primo passo, miri al ripristino del voto di preferenza anche per le elezioni del parlamento ed abolisca i listini bloccati nelle elezioni regionali, affinché le decisioni sulle sorti del paese siano prese da persone che abbiano ricevuto un mandato dai cittadini e non lasciare la loro elezione all’arbitrio dei direttivi centrali di partiti o movimenti, i cui criteri di selezione hanno dato vita allo spettacolo cui oggi siamo costretti ad assistere.

Nicola Mavellia