Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo. (Alan Kay)
Il futuro è cambiato negli ultimi giorni: se ne è accorta la terra e l’intero ecosistema di cui facciamo parte.
Come una macchina lanciata ad alta velocità che subisce un’improvvisa frenata, ci troviamo cullati nella nostalgia di un inavverato futuro: tra il desiderio di tornare ad una normalità scomparsa e il timore di affrontare un presente incerto e sospeso.
Un rapido ed inedito mutamento ha cambiato contemporaneamente l’esistenza di milioni di esseri umani, sovvertendo la quiete apparente e aprendo la strada ad un limbo, ad una sorta di eterno presente, una quarantena che ci ha tenuto distanti dalla nostra amata-odiata routine.
Costretti in una bolla atemporale, dondolanti su un fragile e precario equilibrio, come funamboli sul filo della vita, abbiamo dovuto fare i conti con le domande, i dubbi sulla fragilità dell’esistenza umana. Oltre alle conseguenze dirette in termini di vittime e vite spezzate, abbiamo sperimentato la darwiniana lotta per la vita, la solitudine e il desiderio di tendere la mano per aiutare nella speranza che l’onda anomala dei contagi e dei decessi decrescesse. La disperata ricerca di un super uomo, un ubermensch in grado di tirarci in salvo, ci ha fatto sentire vicino a chi, in prima linea, combatteva e combatte il virus a viso aperto. Il cahier de doléance dei primi giorni ha ceduto tempestivamente il passo ad una resilienza, tanto individuale quanto collettiva, mai sperimentata prima. Una rapida e coraggiosa gestione del cambiamento è emersa: smart working, remote education, flessibilità, trasformazione digitale, creatività e riconversione, sono diventate abitudini quotidiane.
Nel displacement, il disagio sociale, abbiamo rispolverato, nella sofferenza, un’identità culturale nazionale per troppo tempo smarrita.
La rottura delle relazioni, a causa del distanziamento sociale, ci ha fatto capire il valore della coesione e della condivisione e che le azioni del singolo impattano su tutti sempre e comunque.
Ci siamo scoperti come una società fragilmente sofisticata, sempre più infrastrutturata, urbanizzata ma con un’alta vulnerabilità e un alto grado di interdipendenza a livello globale. D’ora in avanti il tema della possibilità che qualcosa di infinitesimamente piccolo crei in siffatto squilibrio sarà presente nelle nostre vite e dovremo focalizzarci sull’arginare le conseguenze socio-economiche ma anche psichiche del fenomeno.
Per fronteggiare l’elevata vulnerabilità della società, negli anni ‘80 nacque un nuovo campo interdisciplinare: la cindinica, cyndinique.
L’analisi etimologica ci suggerisce l’origine greca che si collega alla parola kindynos, ovvero pericolo.
La cindinica fu inventata alla Sorbona con l’intento di individuare un campo d’indagine multidisciplinare che raggruppasse, con un approccio olistico, le varie scienze che da differenti angolazioni studiano i rischi maggiori, le loro conseguenze e gli effetti perversi, ovvero quelli inizialmente non previsti, latenti e differiti temporalmente rispetto alle cause. Si
tratta della diretta antenata dell’attuale epidemiologia, la disciplina biomedica che si occupa di analizzare il rischio e gli esiti multidimensionali e complessi delle modalità di insorgenza, diffusione e di frequenza delle malattie in rapporto alle condizioni dell’organismo, dell’ambiente e della popolazione. Avvalendosi della statistica, collabora con altre discipline come la medicina preventiva e clinica, la demografia e la sociologia, si avvale di tecnologie sofisticate, quali il GIS, che consentono di produrre informazioni geo-riferite con modelli che considerano numerosi criteri culturali, sanitari, energetici, economici, educativi, producendo scenari potenziali equivalenti per possibilità di traduzione nella realtà. Un tratto saliente che caratterizza gli ecosistemi sociali evoluti è la sua capacità predittiva infatti, in grado di saper anticipare il futuro.
La resilienza diviene così una disciplina predittiva.
Jessica Sini – Presidente Neurec
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