La musica è da sempre descritta nella letteratura come un linguaggio universale, come un insieme di suoni in grado di veicolare un messaggio comprensibile a tutti.
“Dove le parole falliscono, parla la musica”. Hans Christian Andersen, famoso scrittore e poeta danese descrive così il potere comunicativo della musica. E’ definita nella letteratura da filosofi, poeti, scienziati come una forma di comunicazione in grado di essere compresa in modo trasversale, a prescindere dalla cultura e dall’epoca in cui viviamo. I suoni sono in grado di suscitare e trasmettere emozioni, con una forza tale da superare ogni barriera cognitiva, persino quella della malattia.
Ma la musica è anche curativa: la musicoterapia è l’uso professionale della musica nell’ambito medico, educazionale e in ogni altro in cui può essere utile per per migliorare la qualità di vita dei pazienti. Ascoltare e fare musica fa bene, stimola la creatività, il buonumore, allevia lo stress. Utilizzare la musica come terapia vuol dire tuttavia andare oltre: significa avere uno strumento utile a migliorare la condizione fisica, emozionale, intellettuale, sociale e psicologica delle persone.
Questo accade perché l’interazione avviene su un piano emozionale in cui la comunicazione musicale si sostituisce alla parola.
La letteratura scientifica è ricca di contributi che indagano i diversi ambiti della musicoterapia nella pratica clinica, quali quello neurologico, psichiatrico, oncologico, cardiologico, riabilitativo.
E’ facile immaginare come la musica, come sintesi tra ritmo e melodia, possa influire sul benessere dell’uomo e in particolare sul ritmo cardiaco. Allo stesso tempo la complessità e la natura del nostro sistema cardiovascolare rendono più complicato, ma altrettanto affascinante, indagare gli effetti della musica su di esso. Ciò che ascoltiamo condiziona il ritmo cardiaco e la frequenza respiratoria, incidendo in modo significativo sul nostro organismo.
Alcuni studi hanno dimostrato che i pazienti sottoposti a musicoterapia presentano una diminuzione dei livelli di cortisolo nel sangue, un ormone che viene rilasciato in elevate concentrazioni in condizioni di forte stress, provocando numerosi effetti negativi sull’organismo. Infatti, le evidenze scientifiche spiegano come l’ascolto della musica abbia un effetto sulla pressione arteriosa, in quanto riduce il rilascio di adrenalina.
Da altri studi è emerso che dopo un intervento di chirurgia cardiaca l’ascolto della musica riduce del 33% il rilascio di cortisolo nel sangue.
La musica diventa quindi terapia, a tal punto da ipotizzare che possa concorrere alla riduzione della somministrazione di farmaci.
Fare e ascoltare musica quindi non sono solo d’aiuto nello sviluppo di una migliore capacità di comunicazione ed empatia, di interazione, cognizione e cooperazione sociale, della stimolazione motoria. Albert Einstein affermava che se non fosse stato un fisico, sarebbe stato un musicista. “Vivo i miei sogni ad occhi aperti in musica. Vedo la mia vita in termini di musica.”
Lo scienziato comprese a fondo la grandezza di questa forma d’arte capace di smuovere la complessità dell’animo e del corpo umano. La ricerca nell’ambito cardiologico è solo all’inizio, ma gli studi intrapresi fino ad oggi provano come il nostro apparato cardiovascolare sia influenzato dalla musica, sia da un punto di vista fisiologico che biologico, suggerendo ampie possibilità di indagine futura.
Anche il nostro cuore, quindi, non sa resistere al suo richiamo, il cuore batte a suon di musica.

Beatrice Barbano1, Bernardo Cortese2

1 Musicoterapista, Milano; 2 Direttore Cardiologia, Clinica San Carlo, Milano